“Zio Vanja” diretto da Emiliano Bronzino

Zio Vanja
 
 

Piccolo Teatro Studio Melato (via Rivoli 6), dal 4 all’8 giugno 2014
Zio Vanja
Scene dalla vita di campagna in quattro atti di Anton Cechov
traduzione Gerardo Guerrieri, adattamento e regia Emiliano Bronzino
con Lorenzo Gleijeses – Ivan Petrovic Vojnickij (Zio Vanja)
Maria Alberta Navello – Sof’ja Aleksandrovna (Sonja), figlia di primo letto del professore
Graziano Piazza – Aleksandre Vladimirovic Serebrijakov, professore a riposo
Fiorenza Pieri – Elena Andreevna, sua moglie: 27 anni
Ivan Alovisio – Michail L’vovic Astrov, medico
assistente alla regia Maria José Revert
scene Francesco Fassone, assistente scenografo Alice Delorenzi, costumi Chiara Donato, luci Massimo Violato
produzione Fondazione Teatro Piemonte Europa

Per il suo Zio Vanja, in scena al Piccolo Teatro Studio dal 4 all’8 giugno, Emiliano Bronzino, regista cresciuto alla scuola di Luca Ronconi, ha voluto un’inedita e sorprendente soluzione scenica ‘da camera’ con soli cinque attori in scena. Zio Vanja racconta la Russia di Cechov, dove le nuove generazioni non solo non riescono a trovare il proprio posto nella società, ma sempre di più devono pagare i conti di quelle che le hanno precedute, rimanda inevitabilmente al presente e diventa occasione di una profonda riflessione sulla società, quella di allora come la nostra, votata al fallimento perché incapace di dare speranza nel futuro.
“Concentrare l’azione sui cinque protagonisti e accentuarne le differenze di età ci permette di mettere in risalto la lotta di una generazione che cerca disperatamente di crearsi il proprio futuro senza riuscirci”, spiega Emiliano Bronzino. “Zio Vanja vive di un mondo di piccole azioni, frasi non dette, allusioni a significati profondi che non arrivano mai a manifestarsi, esistenze apparentemente piccole che riescono a esprimere l’universalità della condizione umana. Lo spettatore deve essere portato ad analizzare i personaggi e la situazione con lo stesso sguardo clinico usato da Cechov, come al microscopio. Arrivando a eliminare la distanza che c’è tra platea e spazio scenico, e ad immergere lo spettatore nell’azione”, conclude il regista, “il pubblico si trasforma nell’apparizione di quell’umanità futura cui si riferisce Cechov nelle sue opere: quell’umanità che siamo noi, immaginata dai suoi personaggi come finalmente libera, migliore, felice”.