Sei personaggi in cerca d’autore

2 Sei personaggi Foto Marica Moretti

“Che vuole che le faccia io se dalla Francia non ci viene più una buona commedia, e ci siamo ridotti a mettere in scena commedie di Pirandello, che chi l’intende è bravo, fatte apposta di maniera che né attori né critici né pubblico ne restino mai contenti?” dice il capocomico/regista al primo attore, sotto di cui si cela naturalmente il nostro Autore che non mancava certo di umorismo.
Sembra che Pirandello sapesse già, nel lontano 1921, anno in cui scrisse “Sei personaggi in cerca d’autore” che le sue commedie sarebbero state rappresentate senza sosta, stravolte, rispettate, amate, odiate, sia al cinema sia al teatro, lasciandoci a volte smarriti, stupefatti, contenti, dubbiosi, insomma del grande Autore non ne abbiamo mai abbastanza.
La ragione principale è la sua universalità e attualità, che questa volta, nelle mani di un collettivo di giovani attori sotto la direzione di Sandro Mabellini, diventa non il dramma borghese dai lugubri vestiti a lutto, donne velate, maschere sulla faccia, esseri umani schiacciati dal peso della tragedia, ma la messa in scena delle vicende di questi Personaggi che, rimanendo fedeli a Pirandello, “non appariranno come fantasmi, ma come realtà concrete… e dunque più reali e consistenti della volubile naturalità degli Attori”.
Prima di tutto però un lavoro sulla lingua, giusto, necessario, partendo dalla versione del playwright David Harrower che mise in scena il lavoro all’Young Vic nel 2000, perché diventi lingua parlata, moderna, reale.
Un gruppo di attori, durante il training fisico, stanco di lavorare sull’improvvisazione, decide un “ammutinamento”, per dare vita finalmente ai personaggi immaginari, perché “si nasce alla vita in tanti modi, in tante forme, albero o sasso, acqua o farfalla… o donna. E si nasce anche personaggi!”
Il conflitto sarà tra i Personaggi che rappresentano la verità e la regista, che invece vorrà portare sulla scena “quello che è rappresentabile” di questi “personaggi interessantissimi” come dice la figliastra.
Mabellini sceglie di ridurre i Personaggi “reali”a quattro, mentre il giovanetto e la bambina saranno solo “fantasmi” e degli Attori ne rimarrà solo uno. Dopo l’iniziale sorpresa, in cui sentiamo un po’ la mancanza, ci rendiamo conto che il senso della storia non cambia e che il teatro entra nel teatro come voleva Pirandello, come scatole cinesi che si incastrano l’una nell’altra e poi un’unica le contiene tutte e poi si ricomincia, un rompicapo che può dare ai nervi, ma su cui ci scervelliamo con passione e coinvolgimento.
Lo spettacolo ci prende man mano che va avanti, forse perché gli ospiti del “manicomio” ci sono simpatici per quella realtà che rappresentano, e qualcuno ci vede la politica, altri la rivoluzione, altri ancora presa di coscienza, io direi semplicemente una sfida intelligente lanciata agli spettatori.
L’unica nota borghese della regia è quel fondale come un pezzo di anfiteatro e la luce rossa. Forse un sipario neutro sarebbe stato più coerente con lo spirito da cui è sorto lo spettacolo.
Non faccio i nomi degli attori, perché sono un collettivo… dico solo bravi.

corrieredellospettacolo.com