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noah.diluvio

Noah, Darren Aronofsky, 2014

Dopo gli splendidi The Wrestler e Black Swan non potevo credere che Aronofsky fosse scaduto nel kolossal pacchiano. E infatti Noah non lo è. I miei dubbi principali ruotavano intorno alla possibilità di rielaborare in una sceneggiatura solida un passaggio biblico arcinoto quanto lineare e poco romanzabile come quello dell’Arca di Noè. Beh, il risultato è invece straordinario e pienamente riuscito; il film riesce ad essere al contempo fruibile e profondo, adatto al grande pubblico e divertente, ma senza mai perdere di vista i significati che stanno dietro alle vicende bibliche ed anzi aggiungendo ulteriori spunti di riflessione.

Noah gode innanzi tutto di scenari estremamente affascinanti; se in un primo momento possono sembrare minimali, nell’evolvere della vicende veniamo avviluppati in un mondo arcaico, profondamente cupo, mistico. La simbologia biblica si sposa benissimo con la spettacolarizzazione degli ambienti: le lande desolate in cui Noè vaga con la famiglia, le foreste che magicamente gli crescono intorno; oppure la città infernale degli uomini discendenti di Caino, esasperatamente sovraffollata e squarciata da grida animalesche. L’Arca è un reame di tenebra, un recesso angoscioso assediato dalle acque e dalle suppliche disperate degli ultimi uomini sopravvissuti, che lentamente vengono inghiottiti dalle acque.
La rielaborazione dei giganti biblici in Vigilanti, se di primo acchito può far storcere il naso, si rivela ben studiata e motivata; anche la loro morfologia ha una spiegazione, essendo angeli discesi sulla terra per aiutare l’uomo e quindi invischiatisi nel fango, che solidificandosi li ha costretti in questi corpi-gabbia di pietra.

A livello di spettacolo puro, la scena in cui gli uomini assaltano l’Arca, difesa dai Vigilanti che una volta feriti tornano al cielo con dei lampi aurei nel grigio mortifero dell’ambiente, è potentissima e magnificamente orchestrata; la violenza è legittimata dal volere divino e quindi non ha controindicazioni, i vigilanti danzano sui corpi, le acque si ingrossano d’intorno, mentre Tubal-cain (Ray Winstone), re degli uomini e discendente diretto di Caino, si fa strada tra le cataste di cadaveri e trova un pertugio per entrare nell’Arca.

A livello di contenuti poi, il film convince appieno. La missione di Noè (un marmoreo Russell Crowe, impeccabile nella parte) si intreccia con aspri risvolti drammatici alle questioni familiari; il primogenito Sem e la sua donna Ila (Emma Watson) sterile; il secondogenito Cam e la sua pulsione sessuale che contrasta con la volontà del padre. La moglie Naamah (Jennifer Connelly) è la mediatrice tra la sua determinazione, data dalla convinzione che Dio voglia l’estinzione dell’uomo colpevole, e il puro spirito di sopravvivenza e riproduzione che anima la sua prole. Questo contrasto si fa urticante sull’Arca, dove il protagonista passo dopo passo diventa quasi un angelo sterminatore (visibilmente trasfigurato, con l’occhio imbrattato di sangue dopo lo scontro con Tubal-cain); la sua metamorfosi risulta ancora più efficace e dolorosa per il fatto che egli non segua la sua volontà, ma quella che crede essere la decisione di Dio.

Se a questo aggiungiamo il tentativo di Tubal-cain di prendere possesso dell’Arca con l’aiuto del ribelle Cam, e tutto il portato metaforico della lotta tra l’uomo padrone del mondo e del suo destino e l’uomo che vive in equilibrio con la natura e segue il volere divino, non risulta difficile comprendere la grandezza della pellicola.

Dietro alle vicende di Noè e famiglia si discute in fondo il senso e la legittimità dell’esistenza umana e del suo dominare su un ecosistema precedentemente equilibrato. Facile leggervi una filigrana ecologica – ambientalistica, ma i significati toccano anche il problema ancestrale del fondamento divino dell’agire umano. Per Tubal-cain l’uomo deve dominare la natura perché Dio l’ha creato a sua immagine e gli ha messo a disposizione il mondo, per Noè invece non bisogna cogliere nemmeno una margherita se non è necessario.

Insomma, le vicende del film rispecchiano questioni filosofico – religiose fondamentali e le parole dei personaggi ne sono la traduzione verbale. Nel finale poi la questione viene risolta magnificamente dal personaggio di Emma Watson: Dio non ha imposto nulla a Noè, era compito suo decidere se l’uomo dovesse sopravvivere o meno. La scelta di non uccidere le due gemelle di Ila si poggia sul sentimento dell’amore e non su una passiva obbedienza ad un (presunto) ordine divino e quindi rappresenta una nuova base su cui poggiare le sorti dell’umanità.

L’opera di Aronofsky riesce perfettamente ad illustrare tali questioni senza venir meno ad un funzionale impianto cinematografico. Momenti di riflessione e maestose sequenze di azione, violenza, o quel meraviglioso cristiano che viene così finemente tratteggiato, si alternano con cadenza magistrale. Gli attori principali danno profondità ai dialoghi con prove buone e ottime (notevolissima Jennifer Connelly), mentre i tre figli di Noè non brillano sia per i copioni che per doti recitative individuali. La bellezza del film risiede anche nella complessità dei suoi protagonisti: uno stupendo Matusalemme magicamente incarnato da Anthony Hopkins, un nemico sanguinario e portatore di valori diversi ma credibili come Tubal-cain, Emma Watson perfetta nei panni della fragile Ila, combattuta tra desiderio di procreare e obbedienza a colui che l’ha presa nella sua famiglia dieci anni prima; su tutti svetta il protagonista Noè, il cui profilo si sostanzia di contrasti stridenti, delicatezza paterna e rigidità devozionale, visionarietà e cieco disprezzo per l’umanità. Il volto di Crowe si trasfigura continuamente e segue benissimo gli amletici paradossi della mente di Noè.

Il regista riesce nella non facile impresa di adattare il contenuto biblico alla forma spettacolare del kolossal, arricchendolo poi di tematiche non necessariamente religiose, come la questione sul rapporto dell’uomo col mondo. Il Dio di Noah è un suggeritore silenzioso e quindi tutta la responsabilità delle azioni ricade sugli uomini e sulla loro capacità di interpretare i segni divini, che non si pongono mai come perentori, ma giungono velati alle menti umane, che infatti possono interpretarli diversamente: Tubal-cain e Noè vedono nella Genesi due significati diversi e contrapposti, mentre Ila riesce a far coesistere la necessità di una rifondazione con il desiderio di sopravvivenza che in ultima istanza è il senso più radicato nel vivere umano, come mostra la poetica scena conclusiva, in cui le due gemelle vengono battezzate dal nonno e ricevono quindi la responsabilità di portare avanti la discendenza e i valori umani.

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