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Nascosti dietro un dito (staccato)

Un turista americano danneggia una statua del Museo dell’Opera di Firenze e la notizia fa il giro del mondo ma il vero problema delle nostre città è lo stato di abbandono di un patrimonio artistico immenso. E non lo dice nessuno.

— Di Tommaso Montanari
 

FirenzeStatuaRottaAl Museo dell’Opera del Duomo di Firenze un turista del Missouri ha provocato il distacco di un dito (peraltro posticcio: di gesso) di una statua di un angelo scolpito negli ultimi anni del Trecento. La notizia fa il giro del mondo: il che è demenziale, perchè – per non fare che un esempio – ogni giorno furti e crolli cancellano per sempre interi brani delle chiese del centro di Napoli: e ognuna di queste perdite vale, da sola, milioni di volte l’irrilevante incidente fiorentino. E che dovremmo dire dell’abbandono della mirabile Catania barocca o di Cosenza vecchia, del centro dell’Aquila senza speranza di resurrezione civile, dei monumenti mutilati dopo il terremoto dell’Emilia e di mille altre tragedie? Un rosario di gravissimi lutti artistici che non trovano sulla stampa nemmeno un centesimo dell’eco che ha avuto l’esuberante americano a Firenze.
Ma la comunicazione ha le sue regole, e la malattia cronica del patrimonio artistico italiano diventa una notizia solo di rado.
Ora, guardando quel dito staccato lo stolto vede il dito: cioè il singolo americano becero.
Chi, invece, prova a guardare più lontano vede la luna della pressione insostenibile del turismo di massa che schiaccia ogni giorno le nostre cosiddette “città d’arte”. Con 8 milioni di turisti all’anno che si accalcano nei pochi luoghi simbolo del centro di Firenze, la vera notizia è che la maggior parte delle statue conservi la testa sul collo.
Per il direttore del Museo dell’Opera, don Timothy Verdon, “in un mondo globalizzato come il nostro sembra si sia dimenticato che non si toccano le opere”. Al simpatico monsignore sfugge che i problemi della globalizzazione turistica sono un po’ più gravi.
Per la sua straordinaria storia policentrica, il patrimonio artistico italiano è disseminato lungo tutta la panisola: non c’è comune che non possa esibire siti naturali o artistici degni di stare tra le mete principali del turismo mondiale. Ma un po’ per la mancanza di infrastrutture e servizi, un po’ per la nostra incapacità di far conoscere il nostro Paese, la stragrande maggioranza del turismo si concentra su pochissimi luoghi simbolo: 20 milioni a Venezia, 10 milioni a Roma, 8 appunto a Firenze, ai quali seguono Pompei con 2 e mezzo e Pisa con un milione di turisti che salgono sulla Torre e scappano via. Tutta qua: il resto sono spiccioli. Solo le spalle di ROma sono abbastanza larghe da sostenere (seppur tra mille difficoltà e ad un prezzo altissimo) una simile pressione: Venezia sta letteralmente affondando, e Firenze si avvia alla stessa, terribile strada.
Di fronte a questo, amministrazioni comunali consapevoli dovrebbero lavorare per allentare la morsa, diversificando le fonti di reddito delle città d’arte. E invece fatto esattamente il contrario. Non passa anno senza che qualcuno si lamenti che gli Uffizi hanno meno visitatori del Louvre: 1 milione e mezzo contro 8 milioni. Peccato che gli Uffizi siano 12 volte più piccoli del Louvre, e che le opere esposte siano circa 1.250 contro 35.000! Ma non ci sono numeri che tengano: ai sindaci di Venezia e di Firenze i turisti sembrano sempre troppo pochi.
L’anno scorso Matteo Renzi ha giustificato l’assurda ricerca dell’inesistente Leonardo in Palazzo Vecchio dicendo che la città aveva bisogno di “un nuovo marketing”, e che l’obiettivo era “avere la fila di turisti anche in Piazza della Signoria”. Anche in questo, Renzi è in sintonia con una buona parte dei fiorentini. L’unico vero motore della città, il turismo, è una servità senza amore e senza onore: finchè il Rinascimento va, lascialo andare.
L’unica cosa che interessa è vendere il “brand”, il marchio di Firenze. E infatti in questi giorni cosa fa Renzi? Lancia un bando per realizzare e vendere il brand di Firenze. Non è un’idea nuova: nel 2002 aveva fatto lo stesso Paolo Costa a Venezia, con pessimi risultati. E – imperdonabile a Firenze! – Renzi ha copiato pure i pisani: che hanno presentato ad Aprile scorso “il logo che identificherà Pisa nel mondo” (e che, non sorprendentemente, è il nome “Pisa”, ma scritto in verticale… e pendente). In queste settimane si è appreso che il quartier generale della più importante industria fiorentina (il Nuovo Pignone, di General Eletric) sarà trasferito a Londra, e che la Targetti (importante azienda fiorentina di illuminazione) licenzia 160 dipendenti su 250. Di questo Renzi non parla, e per provare a scuotere la città un sindacalista ha dovuto dire che se la Targetti chiudesse sarebbe come se chiudesse un monumento caro ai turisti.
Di questo passo, per la gioia dei suoi amministratori, gli azionisti unici di Firenze saranno i turisti di Missouri.
E allora, altro che le dita di gesso delle statue…

 

(Mercoledì 7 Agosto 2013 – Il Fatto Quotidiano, pag. 19)

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