Infanzia clandestina

Lo abbiamo visto in anteprima a Maggio al Festival del Cinema Africano, in questi giorni esce in Italia. Vi proponiamo una breve recensione.

 

infanziaclandestinaNefandi effetti delle dittature. 1979: nell’Argentina sotto il regime Videla, la parte dell’opposizione costituita “dall’Esercito Montonero” – un misto di nazionalismo peronista che dopo il colpo di stato militare in patria si era rifugiato nella Cuba socialista – lancia l’operazione “controffensiva” per il ritorno sotto falso nome dei propri militanti allo scopo di entrare in azione.

Rielaborati i suoi trascorsi personali e assunto un punto di vista di dodicenne (approfondito ma allo stesso tempo distaccato, in modo da affrancarsi da una pesante memoria emotiva), Benjamìn Avila ha co-sceneggiato e diretto “Infanzia clandestina” grazie alla produzione del cineasta Luis Puenzo, il cui “La Storia ufficiale” – Oscar per il miglior film straniero – quasi trent’anni prima aveva trattato il medesimo dramma epocale. Qui, il piccolo protagonista abita con genitori, sorella infante, armi e nascondiglio in una casa-covo, quindi subito responsabilizzato per gestire identità fittizia (gli viene dato nome Ernesto, in onore del “Che”) e disciplina marziale. Così, in un clima di tensioni e paure, vive le struggenti canzoni alla chitarra della madre, sogni e incubi determinati dalle emozioni del quotidiano, episodi tragici trasfigurati in inserti fumettistici, il primo innamoramento, le animate discussioni degli adulti di famiglia e organizzazione con la nonna preoccupata e con chi crede che oltre al cervello si debba usare il cuore, che bisogna costruire e non solo combattere, e che la vita vada anche goduta. Il poco più che bambino si trova quindi in una doppia realtà, a rischio alienazione, visto che tra l’altro a scuola vige autoritarismo, alzabandiera e nelle lezioni di storia la Spagna è considerata civilizzatrice delle Americhe. Allora, in un quadro di conti transgenerazionali col passato, la principale e originale riflessione sviluppata dal corso degli eventi è che, seppure al servizio di un ideale di libertà collettivo, per i rischi cui si sceglie di andar incontro – quando si hanno persone a carico, e dunque per non allungare la catena delle sofferenze – la responsabilità probabilmente va mantenuta soggettiva.

La frase:
“La felicità non è sorridere, ma credere in qualcosa tanto da riuscire a conquistarla”.

a cura di Federico Raponi