Identità di artista (e di uomo)

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Basteranno le buone intenzioni a fare dell’idea di uno spettacolo teatrale uno spettacolo teatrale? È un interrogativo che sarebbe sempre opportuno porsi a teatro, quando non si è convinti di quanto si è visto, ma si crede nella buona fede di chi stava sul palco. Non si fa fatica a dire che sia questo il sentimento generato dalla visione di Bastavamo a far ridere le mosche, andato in scena a Galleria Toledo dal 7 al 9 febbraio. Lo spettacolo, i cui testi sono a cura di Sergio Longobardi così come la regia, con la complicità di Mirko Artuso e Costantino Raimondi, muove dal lodevole intento di raccontarci la difficile storia di un’emigrante che parte con l’incertezza della propria destinazione e alle spalle ha una famiglia (un padre) abituata a ragionare col fare meccanico di chi cerca solo sicurezze. A fronte di questo, il suo mestiere è quanto di più instabile e fluttuante si possa immaginare: è un clown.

Si dice lodevole proprio perché si valuta l’attualità dell’argomento, perché l’emigrazione è un evergreen, perché molto probabilmente tutti potremmo avere un emigrante in famiglia. Ma senza troppi giri di parole, quella di Longobardi, più che una narrazione sembra la messa in scena di una seduta di psicanalisi, in cui il palco rimane uno spazio indecifrato. È con una certa chiarezza che si intuisce il senso di disagio del protagonista, deciso a posizionarsi in modo tale da osservare le cose da una diversa prospettiva, ma non è in grado di trasportare lo spettatore nel mondo poetico e fantastico quale si immagina debba essere quello abitato da un clown. All’inizio quasi muto, per l’altra metà dello spettacolo connotato da una verbosità debordante, eccessiva, spropositata, un divagare che abbraccia la Democrazia Cristiana e la Napoli post bellica senza far intuire i nessi tra gli elementi della mescolanza pletorica.

Un bilancio in cui anche le buone idee danno l’impressione di essere utilizzate nel modo meno adatto, come le registrazioni fuori campo, o alcuni filmati proiettati sullo sfondo, fino al violinista (Michael Nick) che accompagna il protagonista per tutto lo spettacolo. In buona sostanza emerge semplicemente la sensazione che più che di argomenti spropositati, vi sia un’incapacità a trovare il filtro giusto che amalgami il tutto, che li renda passabili: una leggerezza che forse non avrebbe cambiato la sostanza della messinscena, ma ne avrebbe meglio veicolato i contenuti. Come a dire che non si ha nulla in contrario rispetto alle dissertazioni di chicchessia, anzi, se ne accolgono i buoni propositi. Ma quanto visto a Galleria Toledo pareva essere un divagare contraddistinto dal troppo, in termini di parlato, e dal poco, in merito al ritmo.

Non si sa d’altronde se sulla riuscita dello spettacolo possa aver avuto un peso, in senso negativo o positivo, il fattore traduzione, essendo forse nato per la lingua francese (traduttori Celine Frigau et le Collectif « La langue du Bourricot » de l’Université Paris 8). Ma è un elemento che a occhio e croce non intacca l’impressione di uno spettacolo che si è probabilmente preso troppo sul serio.

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