Arnoldo Foà, ritratto di un artista burbero

La mia vita è stata segnata dalla tragedia di un secolo. Ero giovane e non potevo lavorare, non avevo soldi, non potevo usare il mio nome, ma dentro avevo tanta forza, tanta rabbia e amore, amore per la vita, per l’uomo che avrei potuto diventare, se l’orrore fosse finito un giorno, e per i tanti morti di quegli anni terribili. E penso che valore ha una vita, che valore hanno le nostre esperienze quando si invecchia e il nostro vissuto ci sembra lontano.

Un “artista burbero”. Così amava definirsi, non senza una sorta di sarcastico autocompiacimento, Arnoldo Foà, e fu proprio questo il titolo che egli scelse per la sua Autobiografia* alla quale volle affidare, in età ormai avanzata, i ricordi di una lunga vita interamente spesa per l’Arte. In realtà, dietro quel suo carattere apparentemente severo e scorbutico si celava l’animo sensibile di un uomo che aveva fatto della sua vocazione artistica una vera e propria missione svolta con la massima serietà e il più inflessibile rigore, qualità, queste ultime, che gli derivavano probabilmente da una vita di certo non facile, travagliata nei suoi primi anni dalla tragica esperienza della guerra e dalla vergogna delle leggi razziali per le quali nel ’38 fu espulso, in quanto ebreo, dal Centro sperimentale di cinematografia di Roma, costringendolo a lavorare nel doppiaggio sotto falso nome.

Classe 1916, ferrarese, Arnoldo Foà appartiene ad una stagione forse irripetibile del teatro italiano, una stagione di attori straordinari dalla elevata caratura professionale acquisita a costo di grandi sforzi e sacrifici, dotati di una enorme versatilità che li rendeva capaci di spaziare dal palcoscenico al cinema, dalla camera di doppiaggio alla televisione.

Foà rappresenta in qualche modo la figura simbolo di quell’eccezionale periodo, avendo rivestito un ruolo da indiscusso protagonista della scena culturale italiana del Novecento. Artista poliedrico, non fu solo un attore formidabile e un ottimo regista, ma seppe cimentarsi con altre forme d’arte quali la scultura e la pittura. Al lavoro di attore, inoltre, affiancò sempre la sua passione per la scrittura realizzando drammi e commedie per il teatro, come Signori buonasera, La corda a tre capi, Il testimone, Oggi, Amphitryon toujours, nonché opere di narrativa e di poesia, tra cui ricordiamo Le pompe di Satana, La costituzione di Prinz, Joanna, La formica, Luzmarina.

Pur avendo ricoperto un ruolo di tutto riguardo sia nel cinema che in televisione (basti pensare, a tal proposito, ai tanti film girati con Germi, Mattoli, Monicelli, Ferrara, Orson Welles, per non citare che alcuni nomi, nonché ai famosi sceneggiati e ai “Venerdì della prosa” che lo imposero all’attenzione del grande pubblico televisivo), il suo elemento naturale, in cui egli si sentì sempre a suo agio, fu il teatro, dove del resto aveva iniziato nel ’38 diretto da Bragaglia. Da quel momento in poi, forte di una voce dal timbro inconfondibile, di una imponente presenza scenica e di una straordinaria capacità interpretativa legata ad un attento lavoro di scavo psicologico dei suoi personaggi, Foà ha saputo spaziare tra registri diversi attingendo ad un vasto ed eterogeneo repertorio, passando da Pirandello a Checov, da Hugo a Sauvajon, da Shaw a Gibson. Con lui in scena hanno recitato i più grandi nomi della storia del teatro come Stoppa, Cervi, Morelli, Maltagliati, Adani, Cimara, Ferrati, Masiero, Cortese, Massari e tanti altri ancora.

Con Foà scompare una figura esemplare di attore teatrale fortemente animato da una accesa passione ideale e civile. Grazie al teatro e per il teatro Foà volle essere a tutti i costi un “artista dell’esistenza”, come lui stesso soleva definirsi, un uomo, cioè, la cui vita potesse completamente fondersi e confondersi con l’arte in maniera indissolubile, facendo sì che l’una si alimentasse dell’altra, reciprocamente, convinto com’era che tra la vita e il palcoscenico non ci fosse alcuna differenza.

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